Un confronto tra il carme “Dei Sepolcri” e il Canto X dell’inferno

carla maria russo PILLOLE DI LETTERATURA, STORIA, ARTE E VARIA UMANITA'

Dal momento che, nella puntata precedente, abbiamo chiuso con Foscolo, ripartiamo da lui e
dal suo carme Dei Sepolcri, paragonandolo al canto X dell’Inferno.
Vi sembra azzardato questo accostamento fra due realizzazioni letterarie così diverse e distanti
nel tempo, scritte da due autori altrettanto ideologicamente lontani come Dante e Foscolo?
A mio avviso, il terreno che le accomuna è il seguente: entrambe ci propongono una
meditazione di carattere escatologico, ovvero riguardante il destino che attende l’uomo dopo la
morte, ed entrambe possiedono la ammirevole capacità di trasformare in grande arte un
profondo e complesso ragionamento filosofico.
ESISTE UN MODO PER SFUGGIRE ALLA MORTE? ESISTE PER L’UOMO UNA FORMA DI
IMMORTALITA’?
Questo il quesito centrale dei due componimenti, questa la riflessione cui i due autori si
applicano, partendo da presupposti antitetici e giungendo a conclusioni altrettanto contrapposte.
Partiamo da Foscolo.
Ugo Foscolo, che pure è stato un esemplare anticipatore della sensibilità romantica, aveva una
formazione culturale di stampo illuminista. Era dunque ateo, con una concezione materialistica
della vita e meccanicistica della natura. L’uomo è inserito all’interno della legge che regola
l’universo, una legge deterministica e, dunque, ineludibile e necessaria, che, nel suo alternarsi
di vita e morte, tutto trasforma, incluso l’uomo, la sua esistenza e ogni segno del suo passaggio.

…E una forza operosa le affatica
Di moto in moto; e l’uomo e le sue tombe20
E l’estreme sembianze e le reliquie
Della terra e del ciel traveste il tempo.


Non esiste speranza di vita ultraterrena, sembra dirci il poeta, niente di noi resterà dopo la
morte.
Proseguendo nella lettura, però, comprendiamo che questa affermazione non è completamente
vera, che esiste uno spazio, ancorché profondamente laico, di sfuggire alla finitezza e
guadagnare una forma di sopravvivenza dopo la morte. Essa risiede nel RICORDO di chi ci ha
amato. Se, alla nostra morte, possiamo lasciare una eredità di affetti, ovvero persone con cui
siamo riusciti a stringere un legame affettivo, noi sopravviveremo nel loro ricordo e nel loro
amore. Per questo:

Sol chi non lascia eredità di affetti,
Poca gioia ha dell’urna…


Ovvero, teme davvero la morte solo chi muore solo.
In questa corrispondenza d’amorosi sensi, aggiunge il Foscolo, risiede il senso e l’utilità del
sepolcro, che è importante non per chi è morto, ma per chi resta, per i vivi, per aiutarli a
mantenere un legame con il defunto, che sopravvive così in quell’affetto e in quel ricordo.
Dunque, è il ricordo l’unica speranza per l’uomo di sfuggire in qualche modo e per qualche
tempo all’oblio e al nulla eterno.
E’ ovvio però che il ricordo mantenuto vivo dai nostri cari resiste solo per un tempo finito e,
dunque, parrebbe impossibile per l’uomo sfuggire alla condanna dell’oblio, al nulla eterno.
A meno che, egli non abbia compiuto in vita gesta e imprese particolarmente importanti e
significative a vantaggio del proprio paese o dell’umanità intera. In quel caso, l’ammirazione e la
gratitudine verso di lui – e dunque il suo ricordo – diventeranno un patrimonio collettivo e si
protrarranno nei secoli: si pensi alle scoperte dei grandi scienziati, oppure a Michelangelo, alla
sua arte e ai tesori immortali che ha creato a beneficio dell’intera umanità, grazie ai quali
sfuggirà per lungo tempo al triste destino di oblio che accomuna tutti i mortali.
Eppure, afferma il materialista Foscolo, persino il ricordo di Michelangelo – e dunque la sua
immortalità – è destinata un giorno a terminare perché la forza operosa, cieca e meccanica della
natura affatica tutto ciò che l’uomo crea, ovvero lo distrugge, lo annienta. Prima o dopo, anche
la cappella Sistina o i capolavori di Michelangelo verranno distrutti da un qualche evento: una guerra, un terremoto, una catastrofe qualunque, la follia degli uomini (pensiamo ai Budda
giganti di Banyan o alle mura della antichissima città di Ninive, distrutti dall’Isis per sempre
insieme a moltissime altre testimonianze del passato). Di quanti grandi artisti e letterati greci o
latini, solo per fare un esempio, si è persa ogni testimonianza, a cause delle invasioni e delle
guerre? E, dunque, fatalmente, anche Michelangelo e i suoi capolavori verranno un giorno
distrutti e dimenticati.
Ne dobbiamo dedurre, quindi, che l’uomo non può ambire a nessuna forma di duratura
immortalità?
Perché questa è l’essenza, il nucleo più oscuro e profondo dell’angoscia del vivere umano:
pensare di essere destinati a finire per sempre, essere condannati al nulla eterno.
Anche in questo caso, Foscolo, pur nella sua ferma contrarietà a qualunque visione metafisica o
speranza ultraterrena, apre all’essere umano uno spiraglio laico di eternità: quella consacrata
dalla letteratura.
Solo la letteratura può ambire ad assicurare all’uomo una forma di immortalità e una speranza
di eternità, almeno fino a quando il sole risplenderà sulle sciagure umane, ovvero fino a quando
l’essere umano e la vita come la conosciamo continueranno a esistere.
Così, può accadere che, se un grande poeta o scrittore decide di narrare le gesta di un essere
umano la cui vita terrena giudichi esemplare e degna di essere ricordata, allora, in quel caso, la
letteratura potrebbe offrire ai personaggi che celebra una sopravvivenza che rappresenta
quanto di più simile all’immortalità l’uomo possa sperare.
E ci fornisce l’esempio più lampante di questo suo convincimento: OMERO.

Omero ha narrato gli avvenimenti della guerra di Troia e dei suoi protagonisti perché li ha
ritenuti degni di essere ricordati e tramandati a vantaggio di tutti gli altri esseri umani. Ci ha
raccontato di Elena, Paride, Achille, Agamennone, Menelao, Ulisse…di Elena, di Andromaca, di
Cassandra, di Priamo e di Ecuba…e soprattutto di Ettore.
Narrando di loro, ha reso quei protagonisti IMMORTALI.
A distanza di trenta secoli, ancora leggiamo quei fatti con passione, ancora ci commuoviamo,
ancora ne traiamo spunti di riflessioni, modelli di comportamento, materia per i nostri film,
perpetrando e amplificando il ricordo.
Per questo, Ettore sarà immortale. Dell’unica immortalità cui l’uomo può ambire: quella del
ricordo dei propri simili. Almeno fino a quando l’umanità continuerà a esistere.

E tu, onore di pianti, Ettore, avrai,
Ove fia santo e lagrimato il sangue
Per la patria versato, e finchè il Sole
Risplenderà su le sciagure umane.


Completamente diversa la prospettiva escatologica che ci dischiude Dante nel Canto X
dell’Inferno, che ho scelto per l’efficacissimo simbolismo attraverso il quale l’autore ci addita il
destino dell’uomo dopo la morte, simbolismo che rende il ragionamento religioso-filosofico
sotteso al canto, non solo facilmente intuibile ma anche estremamente avvincente, perché
proposto al lettore nelle forme della più alta e limpida arte, tanto che il Canto di Farinata è tra
quelli che più profondamente restano incisi nella mente dei lettori.
Dante, come ben sappiamo, muove da una concezione profondamente religiosa della realtà e
dunque dalla ferma convinzione che la vita dell’uomo non si esaurisca sulla terra ma sia
destinata alla sopravvivenza eterna nell’aldilà. Sopravvivenza che si concretizzerà in due
condizioni opposte: la salvezza eterna o la dannazione eterna.
In che cosa consistono l’una e l’altra?
E’ sufficiente penetrare il simbolismo del Canto X dell’inferno per ottenere la risposta.
Ci troviamo, come è noto, nel VI cerchio, all’interno della Città di Dite. Davanti agli occhi di
Dante e a Virgilio si dispiega una vasta superficie costellata di tombe, i cui avelli sono
arroventati da fiamme che li lambiscono dall’esterno e – particolare importantissimo ai fini del
nostro discorso – i cui coperchi sono sollevati, ovvero non chiudono completamente la tomba. In
questo cimitero sono punite le anime degli eretici, divisi per setta, e degli epicurei, i quali
“l’anima col corpo morta fanno” , ovvero che non credono in una vita ultraterrena.
Qui Dante incontrerà Farinata degli Uberti e Cavalcante Cavalcanti, padre del suo carissimo
amico Guido.

Nel corso del lungo colloquio fra Dante e Farinata, scopriremo che queste anime sono in grado
di predire il futuro (Farinata profetizza a Dante il suo prossimo esilio) ma ignorano il presente
(Cavalcante Cavalcanti domanda a Dante se suo figlio, in quel momento, sia vivo o morto),
ossia, hanno una conoscenza imperfetta della realtà, perché, come i presbiti, vedono gli eventi
lontani ma ne perdono la percezione via via che sia avvicinano.
Quale significato si nasconde dietro il simbolismo della visione imperfetta della realtà e, ancor di
più, del coperchio che non chiude la tomba?
Esso sta a indicare che a queste anime, sebbene dannate, è ancora concesso uno spiraglio di
conoscenza
, difficoltosa certo – possono sporgersi solo di poco dalla tomba, anche se Farinata,
nella sua fierezza, si erge dalla cintola in su – e molto imperfetta – vedono il futuro, ignorano il
presente – ma tuttavia ancora possibile. Questo spiraglio, però, va considerato un privilegio
temporaneo, un estremo dono, prima che la vera condanna si abbatta su di loro, ben più dura e
tragica.
Cosa accadrà infatti a queste anime? Lo spiega Farinata nei versi 106-108:
Però comprender puoi che tutta morta
fia nostra conoscenza da quel punto
che del futuro fia chiusa la porta.


Dopo il giudizio universale, quando il tempo finirà e non esisterà più il futuro ma solo un eterno
presente, i coperchi degli avelli si chiuderanno completamente sulle tombe e le anime
imprigionate negli avelli saranno condannate al BUIO. Un BUIO profondo, assoluto e
irrimediabile, che mette angoscia solo a pensarlo, solo a immaginarlo.
Dunque, è proprio sulla CONOSCENZA che si gioca il destino ultraterreno dell’essere umano. E
infatti, cosa verrà a mancare, di così cruciale, di così vitale, una volta chiusi i coperchi delle
tombe? Non subiscono già, queste anime, la loro punizione, condannati come sono a giacere in
avelli infuocati?
No. La vera punizione, per queste anime – come per tutte le anime dannate dell’inferno – non è
rappresentata tanto dal tormento fisico legato alla legge del contrappasso, il quale è più un
pretesto narrativo, un efficace espediente artistico-letterario per avvincere il lettore, colpire la
sua immaginazione, far vibrare le corde emotive e sentimentali del suo cuore, come ogni opera
letteraria degna di questo nome deve fare.
La vera dannazione, la vera punizione, dopo il giudizio universale, sarà il BUIO ASSOLUTO E
IMPENETRABILE. Buio che significa ASSENZA DI CONOSCENZA.
Conoscenza di cosa? Cosa è importante, essenziale conoscere?
Dio.
Incontralo, finalmente. Vederlo.
E scoprirne il segreto.
Perché godere della visione di Dio significa acquisire la Sua stessa conoscenza, significa
penetrare tutti i misteri e trovare una risposta a TUTTI gli interrogativi che assillano da sempre
l’uomo. Perché si nasce, ad esempio. Perché in un certo luogo, in certo tempo e con certe
caratteristiche. Perché si muore. Perché esistono il dolore e la sofferenza. Perché è stato creato
l’Universo e la terra e le stelle e tutti i pianeti e la natura che ci circonda. Perché siamo stati
immersi in una dimensione di spazio e di tempo, il quale, nel suo scorrere, ha generato il
passato. Perché quel passato è stato riempito di avvenimenti, molti dei quali tragici come
guerre, persecuzioni, massacri, indicibili sofferenze…E via così.
Tutti i misteri crollano e vengono rivelati. Tutti i perché trovano una risposta. Ogni evento,
persino la vita caduca di una foglia o l’esistenza effimera di una lucciola che brilla nel prato,
improvvisamente ci appariranno chiari e comprensibili perché, godendo della visione di Dio, si
può comprendere il suo DISEGNO in ogni dettaglio, in ogni particolare, persino quelli
insignificanti come l’esistenza di una lucciola: ammireremo finalmente dal diritto l’arazzo del
quale prima vedevamo solo il rovescio, solo l’intrico dei fili.
E, in questo arazzo, TUTTO, ma proprio TUTTO, anche i dettagli apparentemente insignificanti,
avranno il loro posto e il loro perché.
Dunque, il destino ultraterreno dell’uomo si decide, secondo Dante, fra questi due estremi: da
una parte il Paradiso, che altro non è che la possibilità di godere in eterno della visione di Dio e
dunque della CONOSCENZA nella sua forma più alta e più assoluta. Oppure l’Inferno, che è innanzitutto
e prima di tutto, BUIO, ovvero assenza di risposte, assenza di ogni forma di
conoscenza, impossibilità di penetrare il mistero più profondo della realtà nella quale siamo stati
chiamati a vivere.

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