Libri che mi hanno cambiato la vita: Memorie di Adriano

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Ho letto per la prima volta Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar quando avevo diciannove anni, nell’estate dopo la maturità. E ne rimasi fulminata.

Mai avevo letto un romanzo storico di quel livello e di quelle caratteristiche. Da allora, l’ho riletto più volte, apprezzandolo sempre di più e cogliendone nuove sfaccettature.

La Yourcenar, nel suo romanzo, usa un approccio, un modo di concepire la narrazione storica che sento profondamente mio:

1)parte dalla storia personale, privata – nel suo caso l’imperatore Adriano – e rimane fedele alla sua linea narrativa, osservando la realtà esterna sempre da quel punto di vista, ovvero l’esperienza umana del protagonista, Adriano uomo, non Adriano imperatore, che è un riflesso dell’uomo. Nel raccontarsi attraverso le epistole indirizzate al nipote adottivo Marco Aurelio – cui trasmetterà i suoi stessi interessi culturali e filosofici – Adriano mette a nudo la sua anima in ogni piega, in ogni dettaglio: la sua educazione, la sua passione per la cultura greca (mitologia e filosofia in particolare), il suo amore per Antinoo, i dolori e le gioie, la forza e le fragilità, i meriti e gli errori, le ansie e le responsabilità derivanti dal suo status di imperatore.

Questo raccontare se stesso dall’interno, dalla parte dell’animo e dei sentimenti, eleva Adriano a simbolo di ogni uomo, a specchio dell’umanità. Ed è questa caratteristica che rende Memorie di Adriano un grande romanzo.

2) Il contesto storico – e dunque la Storia con la S maiuscola-  è molto importante ma non è il fine del libro, bensì un mezzo per scandagliare la personalità dei suoi personaggi, renderli più vivi, reali e credibili. L’intento della Yourcenar non è raccontare la Storia di quel periodo ma l’uomo e la sua vicenda umana all’interno di quel momento storico.

3) Nonostante questo – o direi, PROPRIO  per questo – è molto attenta al vero storico e a creare un verosimile – che è imprescindibile in un romanzo – storicamente molto credibile.

Memorie di Adriano è la dimostrazione di come un romanzo, se è un grande romanzo, supera il genere nel quale viene collocato e resta sempre contemporaneo, ovvero in grado di parlare all’uomo di ogni epoca, di essere sempre attuale e moderno perché si interroga e ci interroga sui grandi temi connessi alla nostra umanità: il senso della vita e della morte, il rapporto con il tempo, l’amore, la bellezza, la cultura e l’arte, gli affanni, i dubbi, il dolore, la perdita.

Questo libro mi ha regalato davvero molto, non solo sul piano umano e culturale – e questo l’ho compreso fin da subito – ma anche metodologico – e questo l’ho capito a pieno solo quando ho cominciato io stessa a scrivere – trasformandosi per me in una sorta di corso di scrittura creativa, facendomi capire quale tipo di romanzo storico mi appassionava.

Ma è questa la caratteristica meravigliosa dell’apprendimento: qualunque cosa si impari, lascia un seme che nessuno sa come e quando potrà germinare. E’ solo importante che esista.

E ora, il rovescio della medaglia, anche se lo sottolineo con un sorriso. Marguerite Yourcenar mi ha suscitato dei grandi complessi di inferiorità: a 11 anni conosceva perfettamente il latino, a 12 il greco e già a quell’età veniva considerata un’esperta della cultura greca e romana, conoscitrice profonda della mitologia, di cui era appassionatissima, così come della filosofia.

Memorie di Adriano fu pubblicato per la prima volta nel 1951, ma la prima stesura dell’opera fu scritta tra il 1934 e il 1937, quando l’autrice aveva vent’anni o poco più (era nata nel 1903).

Quando scoprii questo particolare, ne rimasi stupefatta, sconcertata. Me ne sentii schiacciata: com’era possibile realizzare, in una età così precoce, un’opera tanto densa, profonda, innovativa, aver maturato una conoscenza così raffinata dell’animo umano? 

Mi sentii davvero un nano che camminava sulle spalle di un gigante per vedere un poco più in grande e un poco più lontano.

Fortuna che esistono i giganti. 

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