La lezione al femminile di Simone de Beauvoir

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Simone de Beauvoir è stata importante nella mia formazione non solo con i suoi scritti ma con l’esempio della sua stessa vita, anzi, con la vita forse più ancora che con gli scritti.

Tra le sue opere, quella più significativa per la mia crescita fu Memorie di una ragazza per bene, specchio anche di periodi della sua esistenza in cui lei era ancora alla ricerca di se stessa, perché in quella ragazzina borghese inquieta, tormentata da dubbi e contraddizioni, io mi sono molto identificata, ho trovato molto di me stessa, le mie stesse incertezze adolescenziali, sebbene lei e io avessimo anche grandi divergenze, la più significativa delle quali era la provenienza da due realtà familiari decisamente agli antipodi: molto ricca, colta e influente la sua, povera e con limiti culturali la mia. Tuttavia, quello che ci accomunava era il senso di disagio tra l’educazione molto tradizionale e rigida nella quale entrambe eravamo state allevate, fortemente impregnata di morale cattolica e stereotipi del perbenismo sociale, e la percezione che quella morale, quei valori, fossero per molti versi ipocriti, gravemente lesivi dei diritti di noi donne, non più accettabili.

Le generazioni nate dopo la guerra cominciavano finalmente a prendere consapevolezza che anche per le donne esistessero, oltre ai doveri, precisi diritti, gli stessi universalmente riconosciuti agli uomini, e tuttavia tale consapevolezza all’inizio un poco ci intimoriva. Ci spaventava l’idea di una rivolta palese ed esplicita contro categorie di pensiero in vigore dalla notte dei tempi, che le nostre mamme e nonne ancora difendevano a spada tratta, rimproverandoci la nostra spregiudicatezza e paventando il crollo di quei costumi e quella morale sui quali da sempre si fondava la tenuta sociale. Ci domandavamo se quella rivolta ci caricasse di una responsabilità troppo pesante, ci trascinasse in un avventurismo che nessuno sapeva dove ci avrebbe condotte, come se stessimo per distruggere un sistema etico filosofico che per secoli e secoli aveva dominato e funzionato – un buon matrimonio, i figli, l’uomo che comanda, la donna che ubbidisce, l’uomo che lavora, la donna che segue la famiglia – senza averne ancora uno nuovo a portata di mano, nuovi valori da sostituire ai vecchi, e dunque brancolassimo fra un mondo che sentivamo sorpassato e uno che sembrava non essere ancora definito, non chiaro nei suoi esiti finali. 

Simone de Beauvoir, con la sua vita provocatoria e scandalosa, soprattutto per l’epoca (era nata nel 1908), con i suoi libri e, in particolare, con Memorie di una ragazza per bene, mi parve subito possedere la tempra, il coraggio di varcare quella soglia senza i tentennamenti che tormentavano me e altre ragazze per bene della mia generazione e di scegliere definitivamente una vita libera dagli orpelli di una educazione repressiva e ingiusta, tutta sbilanciata dalla parte degli uomini, sfidando il giudizio e la condanna altrui e uscendone pienamente vincitrice.

Memorie di una ragazza per bene ha avuto, ai miei occhi, un valore non tanto letterario, quanto simbolico, ispirazionale, diremmo oggi, per realizzare nella pratica – oltre che nella teoria e nelle buone intenzioni – quel cambiamento, quella rivolta così urgente e necessaria contro la morale, i costumi, gli stereotipi sociali fortemente discriminanti verso la donna.

Ammirai Simone de Beauvoir come intellettuale – donna di grande cultura, scrittrice, filosofa esistenzialista, una parola che mi impressionava molto e ne certificava ai miei occhi l’eccezionalità della figura – ma la ammirai soprattutto come modello di donna indipendente, coraggiosa, capace di vivere la sua vita in assoluta coerenza con i valori in cui credeva, senza sotterfugi, senza ipocrisie, senza nascondersi, indifferente alle critiche e alle conseguenze, a volte pesanti, delle sue scelte, sempre molto inconsuete ed esplicite.

Visse con il filosofo Jean Paul Sartre un’unione libera non solo perché mai regolarizzata nel vincolo matrimoniale – condizione allora quanto mai criticabile e, di fatto, criticata – ma perché ammetteva la possibilità di altre relazioni, che in effetti non mancarono da parte di entrambi. Lei tradì il suo compagno ripetutamente, con amanti di entrambi i sessi, tra gli altri con una sua studentessa diciassettenne, con la quale intrecciò una relazione così scandalosa da causarle l’espulsione permanente e definitiva dall’insegnamento, senza che per questo lei la rinnegasse o facesse atto di contrizione. Così come visse un amore molto passionale per lo scrittore americano Nelson Algren. Ma il legame con Sartre sopravvisse e durò una vita.

Sorrido all’idea di quanto, allora, la scelta sentimentale di Simone de Beauvoir fosse per me incomprensibile, fonte di ammirazione ma anche di grande frustrazione. Lei, che io consideravo bellissima, così alta, slanciata, occhi chiari in un viso delicato e fine, aveva scelto un omino di un pezzo più basso di lei e decisamente bruttino.

Ovvio, spiegavo a me stessa: lei si è lasciata conquistare dalla mente di lui, dalla ampiezza della sua cultura, dall’acume e profondità del suo pensiero. Un amore molto cerebrale, molto intellettuale. E io mi sentivo una creaturina modesta e inadeguata all’idea che mai sarei riuscita a imitarla, perché, a essere sincera con me stessa, l’aspetto fisico aveva la sua bella importanza ai miei occhi…segno evidente e inequivocabile dell’abisso intellettuale che mi separava dalla mia eroina, che mai e poi mai avrei potuto colmare.

Con pari intensità, ammirai l’impegno di Simone de Beauvoir a favore delle donne e il grande coraggio che mostrò nel corso delle roventi battaglie civili e politiche divampate negli anni che precedettero e seguirono la Seconda guerra mondiale.

Nel 1949 pubblicò Secondo sesso, un saggio che segna una svolta nella dibattito sulla condizione femminile nella società.

Nel 1971 si fece promotrice del cosiddetto “Manifesto delle 343 puttane” in cui lei e altre donne, famose e sconosciute, si autoaccusarono di essersi sottoposte all’aborto, rischiando, secondo la legge in vigore in quegli anni, di essere processate e condannate fino a sei anni di prigione.

Per non parlare della sua natura avventurosa, così attratta dai viaggi, soprattutto quelli più insoliti e, a volte, pericolosi, sempre fine e attenta osservatrice della realtà nella quale si trovava.

Di se stessa scrisse:

“Sono una pazza, una mezza pazza, un’eccentrica. […] Ho abitudini dissolute…ho praticato con assiduità tutti i vizi, la mia vita è un continuo carnevale, ecc.”

Insomma, per me Simone de Beauvoir e i suoi libri – in particolare Memorie di una ragazza per bene – hanno rappresentato davvero un percorso di formazione, mostrandomi una strada, un modello cui per lo meno aspirare, cui tendere. Quanto a farlo del tutto mio, in quegli anni della mia tarda adolescenza – credo di avere avuto diciassette anni quando scoprii Simone de Beauvoir – mi pareva del tutto impossibile. Intanto lei era la mia eroina sul piano culturale e intellettuale e si sa che gli eroi sono troppo più in alto, troppo più dotati, per poterli replicare, al massimo puoi sforzarti di imitarli in qualche tratto (e infatti, in capo a un anno o due, attraversai anch’io la mia modesta fase “intellettuale”, di cui vi parlerò in una prossima puntata). Ma poi anche perché – così almeno giustificai a me stessa le mie titubanze, la mia incapacità di rigettare drasticamente i rigidi principi nei quali ero stata allevata – io non potevo contare su quel mondo nel quale Simone era così bene inserita, fatto di una famiglia importante, conoscenze che pesavano, disponibilità finanziarie che a me mancavano del tutto, di quella protezione che solo un ambiente privilegiato può offrirti, quella sicurezza che, se mai dovessi cadere, cadrai in piedi, perché troverai sempre una mano pronta a risollevarti, possibilità che a me mancava totalmente.

Però leggere e studiare Simone de Beauvoir mi ha aiutato molto a capire cosa consideravo giusto e cosa sbagliato e, soprattutto, cosa volevo per me.

O meglio: cosa NON volevo per me.

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