La Lezione del Realismo Europeo: Hugo e Tolstoj

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Il realismo europeo dell’Ottocento ha avuto su di me grandissima attrazione e influenza.

L’ho scoperto giovanissima (quattrodici/quindici anni, anche prima) e me ne sono lasciata catturare al punto che, per alcuni anni, la lettura si è identificata per me solo con i “classici” europei: francesi, inglesi, russi, tedeschi. Ho divorato quei romanzi, che trovavo di una bellezza e di un fascino irresistibili.

Per rendere il giusto tributo di gratitudine a tutti gli autori che mi hanno tenuto una così piacevole compagnia e ai quali devo tanto (ma davvero tanto) sotto molteplici aspetti, dovrei scrivere un elenco senza fine, che sarebbe impossibile.

Con dispiacere e facendo un grande torto a tutti gli altri, scelgo due nomi: Hugo e Tolstoj.

I Miserabili rientrano nel novero dei libri che, all’età in cui li ho letti la prima volta – all’incirca 14 anni, e questo ha la sua importanza – mi hanno sedotto, conquistata. I motivi sono innumerevoli, posso solo accennarne alcuni:

1) ovviamente mi ha avvinto la trama, così ricca di pathos e di suspense, e la dimensione umana dei personaggi, delle cui peripezie e travagliato percorso di vita mi sentii strettamente parte, al punto che divenne traumatico staccarsene a fine lettura. Per superare il trauma, l’unico modo fu ricominciare da capo il libro.

2) Riletto molti anni dopo, ho apprezzato ancor di più l’abilità dell’autore nel reggere una trama così vasta e complessa, sostenuta anche da un uso sapiente degli espedienti narrativi. Soprattutto però mi è piaciuta la dimensione sociale del romanzo, la capacità cioè di inscrivere la vicenda umana dei protagonisti nel contesto storico e sociale dell’epoca, del quale Hugo mette in luce con grande realismo e onestà intellettuale i meccanismi che lo dominano: l’onnipotenza del denaro, la logica del profitto e dell’interesse, la corruzione, i raggiri, le prevaricazioni di una giustizia vendicativa e di parte. Ne consegue che proprio lui, schierato in politica su posizioni alquanto reazionarie e nostalgiche dell’ancien régime, offre una analisi così lucida, reale e inclemente dei mali e delle ingiustizie della società, da consegnarci un’opera fortemente progressista e rivoluzionaria: l’importanza del realismo e della onestà intellettuale quando si fa letteratura.

3)All’interno di questo contesto e strettamente fusa con la storia principale, Hugo è incredibilmente bravo, a mio avviso, nel proporci una caleidoscopio quanto mai ricco e multiforme di situazioni e di personaggi, nessuno dei quali diventa mai uno stereotipo, una macchietta, ognuno spinto nel suo agire da pulsioni e motivazioni le più disparate, dalla avidità, alla vendetta, al fanatismo, alla nobilita d’animo. Ne emerge un quadro quanto mai ricco, multiforme e realistico di molti strati della società, all’interno della quale colpisce la coerenza e la bravura dell’autore nel padroneggiare un così vasto e mosso impianto narrativo. Sul piano metodologico, è forse proprio questa la lezione più significativa che mi lasciato Hugo: la sicurezza nel reggere una trama molto complessa, una narrazione di grandissimo respiro, con mille vicende che si intersecano e mille personaggi che si incrociano.

4) E’ ovvio che in un’opera di proporzioni così imponenti possano esserci brevi cedimenti a un tono un poco melodrammatico, a esagerazioni retoriche o “tirate” moraleggianti, che io ho colto solo quando ho riletto il libro da adulta. Tuttavia non mi hanno minimamente disturbato e il gradissimo valore dell’opera è rimasto intatto ai miei occhi. E non solo ai miei, che contano poco, se è vero, come è vero, che I Miserabili ha fatto scuola a molti grandi scrittori che hanno concepito il romanzo  come un grandioso affresco storico e sociale di un’epoca: da Tolstoj a Zola, da Mann a Proust.

Di TOLSTOJ mi ha colpito invece la profonda vocazione psicologica, la capacità di scavare nell’abisso dell’animo umano, forse perché lui stesso fu un uomo inquieto, mai appagato, mai sereno, alla perenne ricerca di una sicurezza e pacificazione interiore che non trovò mai.

I suoi romanzi mi hanno affascinato non solo per l’intreccio delle storie – tutte bellissime, tutte avvincenti – ma per la capacità di rendere palpitante e reale il percorso interiore, spesso tormentatissimo, dei protagonisti. Come in Pierre Besùkov, nel quale Tolstoj travasa se stesso, il suo spirito di incessante ricerca, quel continuo e angosciante interrogarsi sull’uomo, sulle sue finalità, sulla sua aspirazione alla trascendenza, sul contrasto tra il bisogno innato di perfezionamento spirituale e la sua fragilità, le sue cadute, le contraddizioni del vivere terreno e della realtà che lo circonda, che è a volte assolutamente brutale, spietata e sembra negare ogni anelito spirituale. O come il principe Andrej Bolkonskij, agitato da un profondo disagio del vivere, da una inquietudine di cui non comprende l’origine, il quale sembra rinascere e recuperare un equilibrio interiore nell’amore per Natascia, senza tuttavia riuscire a trovare la nobiltà d’animo di fidarsi di lei e salvare il loro amore anche se le apparenze sono contro la fanciulla, riuscendo infine a cogliere l’illuminazione e la pace che cercava solo nella morte, quando è troppo tardi per goderne.

O come lo splendido, indimenticabile personaggio proprio di Natascia, della quale l’autore descrive passo passo, con realismo e, al tempo stesso, con incredibile delicatezza e poesia, tutta l’evoluzione psicologica, dalle tenerissime turbe dell’adolescenza, con le sue insicurezze, timidezze e dolcissime illusioni, alla tormentata maturazione, all’impatto con l’arido vero, per dirla con Leopardi, avvenuto attraverso l’ingenuità, l’errore, il rimorso, il tormento.

Tolstoj è un autentico genio dell’approfondimento psicologico, dell’analisi dell’animo umano, che egli scandaglia in ogni piega, in ogni anfratto.

Voi mi direte: e Dostoevskij, allora?

Certo, lo so bene. Vi avevo anticipato che dovevo fare delle scelte e che ogni scelta sarebbe stata un’ingiustizia verso i molti altri che ho amato allo stesso modo.

Stiamo parlando di due giganti, ovviamente, che hanno condiviso questa visione problematica e inquieta dell’esistenza, questo tormento per la finitezza umana, la sua fragilità di fronte al male e, d’altro canto, il prepotente bisogno della trascendenza, del divino, entrambi maestri nell’indagare l’animo umano, entrambi candidati al grandino più alto del podio della letteratura russa.

Io lo assegno a Tolstoj ma solo per una ragione. In Dostoevskij, per la mia sensibilità, questo tormento è reso in modo molto più caotico, allucinato, alienante. L’autore stesso sembra  sopraffatto dalla materia incandescente che tratta, dalle nevrosi dei suoi personaggi.

Tolstoj, a mio avviso, dà la sensazione di dominare sempre, come un demiurgo, l’abisso nel quale ci sta conducendo, le turbe e i tormenti dei suoi personaggi, che sono poi anche le sue, ma questo non gli impedisce di mantenere sempre una certa distanza, riuscendo in questo modo a consegnare al lettore un’analisi più lucida e soprattutto meno angosciante.

Non so se sono riuscita a rendere il mio pensiero, perché è tutt’altro che facile e, soprattutto, è molto soggettivo, riguarda solo l’effetto che produce su di me la lettura dell’uno o dell’altro. In uno – Tolstoj – trovo sempre maestosità narrativa, nell’altro – Dostoevskij – c’è un magma che ribolle (per altro voluto e cercato dall’autore, perché quella era la sua concezione della vita umana). In ogni caso, due giganti, ragion per cui, se preferite assegnare il primo posto a Dostoevskij, fate pure, niente da eccepire.

Solo per concludere: 

1)     Ho molto amato Puskin e credo abbia avuto una grande influenza sulla mia emotività letteraria, forse perché ho letto La figlia del Capitano in un’età in cui ero molto influenzabile e iper-recettiva alle emozioni (frequentavo le medie) e la descrizione dell’invasione dei ribelli guidati da Pugecev mi ha sconvolto, mi ha tenuto con il cuore in gola fino all’angoscia – ben più delle disgrazie di Michele Strogoff, che pure da bambina mia avevano molto impressionata – non solo per le sequenze violente, anzi, feroci, brutali (così mi parvero a quella prima lettura) della conquista della fortezza di Belogorsk ma per le descrizioni di ambienti, società, abitudini, usi per me del tutto sconosciuti. Questi libri, letti in età così giovane, hanno molto influenzato – lo capisco meglio oggi – il mio modo di concepire il romanzo e coltivato in me il gusto per storie intense, forti, ricche di pathos.

2)     Mi colpì molto anche Padri e figli di Turgenev (che non ho mai riletto, quindi non so dire come lo valuterei oggi). Quando lo lessi la prima volta, lo sentii un romanzo molto vicino ai fermenti di rivolta che attraversavano la mia generazione.

Chiedo scusa a tutti gli amatissimi autori che sto trascurando: da Stendhal, ad esempio, agli inglesi (Bronte, Henry James …) ai tedeschi (Mann, in particolare, ma anche altri). Sento che sono in collera con me e hanno ragione.

Porto dentro di me un debito di gratitudine enorme verso tutta la letteratura europea dell’Ottocento, che ha rivestito un peso davvero molto rilevante nella mia formazione e nella creazione del mio gusto.

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