Conoscere L’inconoscibile

pillole blog carla maria russo

Abbiamo parlato, nella precedente pillola, di Ulisse, l’uomo che ambiva a conoscere l’inconoscibile, a valicare i limiti del mondo noto e sicuro e, a rischio della vita, rivelare agli altri uomini ciò che fino a quel momento era ignoto e temuto. 

Per associazione di idee, ho riflettuto sul fatto che il decadentismo e i medievali hanno una visione della realtà che presenta almeno un paio di interessanti convergenze. 

Entrambi, infatti, sostengono che la realtà fisica, quella che circonda l’uomo e che noi percepiamo con i nostri sensi, non è la VERA REALTA’. 

Per i medievali, essa è solo una maschera, un’apparenza, una figura della realtà vera che ci sarà svelata solo nell’aldilà. La realtà fisica è un velo sovrapposto alla realtà metafisica, una sorta di impalpabile rete, intessuta di una fitta ragnatela di simboli, di allusioni, di allegorie, ciascuna delle quali rinvia a una verità ulteriore, celata dietro le apparenze, che occorre decifrare, penetrare, comprendere. Comprensione che si potrà raggiungere solo nell’aldilà, quando quel velo verrà meno. Per questo motivo, secondo i medievali, è superfluo, inutile e persino sciocco tentare di comprendere la realtà che ci circonda, studiarla con gli strumenti che l’uomo possiede nella sua vita terrena, ovvero i sensi e, soprattutto, la ragione, facoltà importante e di grande valore ma inadatta a percepire il mistero e la grandiosità che sono nascosti dietro il poco che riusciamo a percepire.

Circa otto o nove secoli dopo, negli ultimi decenni dell’Ottocento, dopo l’ubriacatura e la crisi del positivismo, concentrato solo sulla esaltazione della ragione, si sviluppa il decadentismo, una corrente artistica, letteraria e filosofica che muove da premesse sorprendentemente simili a quelle della filosofia medievale, sebbene poi, ovviamente, approdi a soluzioni molto diverse.

La realtà che ci circonda, dicono gli artisti e gli intellettuali decadenti, non può essere compresa, capita, spiegata affidandosi solo alla ragione perché, attraverso di essa, noi riusciamo ad afferrare solo la realtà fenomenica, ovvero quella che cade sotto i nostri sensi. Ma, dietro i fenomeni, esiste tutta un’altra realtà, una realtà autre, come la chiamarono i francesi, una realtà noumenica, per dirla con Kant, che sfugge del tutto alla ragione e, dunque, non può essere spiegata ma solo percepita, intuita, captata attraverso facoltà che non sono quelle razionali, legate alla ragione, ma irrazionali, ovvero non spiegabili né dimostrabili o quantificabili, quali l’intuizione, la sensibilità individuale, la percezione. Questa realtà autre non è oggettiva – come la scienza vuole essere – ma soggettiva e non è appannaggio di tutti gli esseri umani ma solo di quelli che, possedendo queste particolari facoltà e affidandosi a esse, decidono di intraprendere il viaggio verso le Colonne d’Ercole della conoscenza, ovvero di esplorare i territori inesplorati, sconosciuti e misteriosi della realtà noumenica, sapendo che il viaggio di conoscenza potrebbe essere pericoloso e foriero di scoperte potenzialmente devastanti o, al contrario, illuminanti, salvifiche.

Ed ecco allora Arthur Rimbaud che, novello Ulisse, si lascia metaforicamente trasportare dal suo Battello Ebbro  – simbolo della sua sfera irrazionale – con il quale si propone di avventurarsi oltre le Colonne d’Ercole delle rassicuranti conoscenze razionali, del mondo fino ad allora noto, per avventurarsi nell’oceano degli abissi irrazionali e scoprire in cosa consiste l’inconoscibile, quale inferno o quale paradiso possa riservarci questo nuovo mondo. 

Il poeta, allora, diventa un veggente, un esploratore generoso, un Prometeo che rischia l’ira degli dèi, cioè rischia la sua stessa sanità mentale, per riportare agli altri uomini il fuoco, ovvero un frammento di ciò che la ragione non può captare, percepire ma che pure esiste e ci condiziona in modo pesante. E pur di penetrare questo mondo misterioso e sconosciuto, pur di conoscere l’inconoscibile e raccontarlo agli uomini, il poeta veggente è pronto a sperimentare su di sé qualsiasi esperienza e sollecitazione, inclusi i paradisi artificiali della droga.

Sarà proprio l’intuizione e la rivelazione dell’esistenza di questa realtà autre, che pervade non solo la natura esterna all’uomo ma anche quella dentro di lui, con la sua presenza invisibile, indimostrabile, inconsapevole – e infatti si chiamerà inconscio – eppure fortemente condizionante, che aprirà la strada all’indagine psicologica. 

Ma esiste un altro punto di contatto fra i medievali e i decadenti.

Abbiamo detto che, per i medievali, la realtà è ammantata da una sorta di rete percorsa da una fittissima ragnatela di simboli, di segni, di allusioni, di allegorie, che rimandano a qualcosa di più complesso del semplice significato letterale.

Ebbene, leggete cosa scrive Baudelaire, come commento alla sua poesia Corrispondenze, il cui testo trovate più avanti.

Tutto l’universo visibile è solo un magazzino di immagini e di segni, a cui l’immaginazione darà un posto e un valore relativi; una specie di pascolo, che l’immaginazione deve digerire e trasformare.

Nei medievali come nei decadenti, la natura va interpretata al di là del puro significato letterale che percepiamo con i nostri sensi, perché essa è pervasa da una fitta e misteriosa rete di simboli e connessioni, percepibili solo con una sfera cognitiva diversa dalla ragione, anche se per i medievali qualsiasi simbolismo si collega sempre a una interpretazione religiosa, mentre nei decadenti essa è soggettiva, legata esclusivamente alla sensibilità di chi guarda.

Qui la poesia Corrispondenze:

E’ un tempio la Natura ove viventi
pilastri a volte confuse parole
mandano fuori; la attraversa l’uomo
tra foreste di simboli dagli occhi
familiari. I profumi e i colori
e i suoni si rispondono come echi
lunghi che di lontano si confondono

in unità profonda e tenebrosa,
vasta come la notte ed il chiarore.

Esistono profumi freschi come
carni di bimbo, dolci come gli òboi,
e verdi come praterie; e degli altri

corrotti, ricchi e trionfanti, che hanno
l’espansione propria alle infinite
cose, come l’incenso, l’ambra, il muschio,
il benzoino, e cantano dei sensi
e dell’anima i lunghi rapimenti.


Charles Baudelaire

Da I fiori del male, Les Fleurs Du Mal, 1857
Traduzione di Luigi De Nardis, Milano, Feltrinelli, 1964

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